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Editoriale

Da un 11 settembre all’altro

Obama al G20 di San Pietroburgo

Siamo già nel clima della guerra. I media americani annunciano che i bombardamenti sono già pronti a scattare su vasta scala sul territorio siriano. Dopo il fallimento del vertice di San Pietroburgo, martedì 10 ci saranno il voto definitivo del Congresso e il discorso alla nazione di Barack Obama. Vuol dire a ben vedere che l’intervento armato americano potrebbe cominciare l’11 settembre. Vi ricorda qualcosa?
E’ la data che, come il Carbonio 14 per i reperti archeologici, come un compleanno o un marchio di fabbrica, definisce la natura di quello che gli Stati uniti sono diventati.
Non più l’unica potenza economica e militare dopo l’avvento della «nuova» Cina e degli emergenti Brics, ma sicuramente una potenza senza memoria dei disastri imperiali che ha provocato nel mondo, della crisi economica in agguato che per ora ha scaricato sulla più debole Europa e, comunque, eternamente alla ricerca di una ormai impossibile supremazia, corrosa dal declino economico e strategico. Che cosa ha imparato infatti l’America dalla litania di 11 settembre che l’hanno riguardata come responsabilità e che l’hanno attraversata fino a colpirla?
Nulla. Dal lontano, si fa per dire perché difficilmente dimenticabile, 11 settembre cileno, quando la Cia aiutò i militari golpisti di Pinochet a destituire nel sangue il presidente Allende democraticamente eletto, all’11 settembre 2001 quando quel che chiamiamo Al Qaeda, costituito da cellule e organismi spesso e volentieri in contatto con gli interessi statunitensi nel mondo (dall’Afghanistan, alla Bosnia), colpirono il simbolo delle Torri gemelle. Avvenimento, avvolto ancora in una nebulosa di responsabilità delle quali non sappiamo ancora granché, che ha vittimizzato la sensibilità americana, tanto che Gorge W. Bush ne ha tratto vantaggio per scatenare due guerre, una di vendetta in Afghanistan e l’altra inventata di sana pianta in Iraq. Entrambe sanguinose e inconcluse. E che ha prodotto tra l’altro gli inferni concentrazionari delle prigioni di Bagram e Abu Ghraib e del campo di concentramento di Guantanamo, che Obama non ha mai chiuso per mandare un messaggio alle cellule jihadiste e qaediste. Le quali, nonostante sia stato assassinato come da copione cinematografico Osama bin Laden, sembravano sconfitte e invece sono vive, forti e vegete proprio nella guerra civile siriana.
Ma, a quanto pare, vista la pervicacia a fare la guerra quasi da solo e comunque, Obama non sembra aver tratto nessun insegnamento nemmeno dagli eventi drammatici dell’11 settembre 2012, soltanto un anno fa, quando l’ambasciatore americano in Libia, Chris Stevens, l’uomo che aveva guidato l’intelligence Usa nell’intervento della Nato a fianco dei ribelli (tanti i jihadisti) fu assassinato a Bengasi da quegli stessi integralisti che aveva aiutato ad abbattere nel sangue Gheddafi. A quest’ultima data Obama dovrebbe davvero prestare attenzione. E invece non lo fa.
Ieri ha parlato. Martedì parlerà come «capo militare degli Stati uniti», ripetendo quel che ha detto a San Pietroburgo, spaccando il mondo e i suoi stessi alleati, che «l’intervento è per il bene dell’umanità». Ma il bene dell’umanità è la pace, non la guerra. Lì, in Siria, una guerra civile feroce c’è già, con eccidi efferati e uso di armi proibite da una parte e dall’altra. Una guerra civile, ecco il punto, per la quale gli Stati uniti di Obama non sono innocenti arbitri, perché da loro è stata alimentata con finanziamenti e armi ai ribelli attraverso la coalizione degli «Amici della Siria» (Stati uniti, la «democratica» ed atlantica Turchia, Gran Bretagna, più le petromonarchie dell’Arabia saudita e del Qatar). Un vero e proprio intervento armato, fatto anche di tante “operazioni coperte”, che dura da un anno e sei mesi e che ha sempre bloccato e impedito il dislocarsi sul campo di ben due missioni delle Nazioni unite.
Obama, se avrà avuto il placet del Congresso com’è credibile, parlerà tentando di convincere sulla limitatezza dell’intervento militare e sulla natura di guerra «umanitaria», sbattendo così la porta in faccia alle proteste dei pacifisti e alla preghiera del papa che chiede per la crisi in Siria, letteralmente, di «abbandonare ogni vana pretesa di azione militare per impegnarsi invece per una soluzione pacifica e per il dialogo».
Così facendo cancellerà ancora di più ogni ruolo presente e futuro delle Nazioni unite che chiedono di essere ascoltate, di verificare oggettivamente le responsabilità sulle armi chimiche, di condannare gli eventuali colpevoli, di intervenire come interposizione se è il caso. E così facendo coinvolgerà il mondo sull’orlo in una voragine bellica da terza guerra mondiale. Aprendo le porte, negli Stati uniti, anche elettoralmente, all’avvento di una nuova leadership statunitense, democratica o repubblicana che sia, che confermerà la guerra come primo anello imprescindibile del suo dna. Verso un altro 11 settembre.

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