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Editoriale

La disfatta della giustizia

Il cartellone degli scontri tra Berlusconi e i giudici mostra una programmazione sempre più fitta. Il prossimo 19 la Corte Costituzionale dovrebbe pronunciarsi sul legittimo impedimento eccepito dalla difesa del Cavaliere, ma non accolto, in una delle udienze del processo Mediaset. Poi il 24 potrebbe esserci la sentenza nel processo Ruby e, a seguire, tra alcuni mesi, la sentenza della Cassazione sullo stesso processo Mediaset con una condanna che prevede anche l’interdizione dai pubblici uffici. Secondo i falchi del Pdl, le conseguenze di un eventuale esito sfavorevole in uno dei tre casi avrebbero effetti distruttivi per il governo, mentre di parere opposto sembrano le colombe che, però, non avevano esitato a fondere le loro ugole con quelle dei rapaci nel coro patriottico intonato davanti al Tribunale di Milano mesi or sono. Sembra di capire dunque che la giurisdizione dovrebbe sì applicare la legge uguale per tutti, come le impone la Costituzione, ma farsi anche carico della tenuta della maggioranza e delle sorti del Governo. Può sembrare bizzarro che questo suggerimento provenga proprio da una parte politica che ha sempre tuonato contro la politicizzazione dei giudici e i loro sconfinamenti impropri in ambiti riservati alla politica, ma non lo è perché per il Cavaliere e i suoi accoliti la vera giustizia è quella che protegge il potere e lo mette al riparo dal rispetto delle regole quando queste gli possono nuocere.

In un passato non troppo remoto la giustizia non creava problemi perché c’era la condivisione dell’idea di società «ordinata» che affratellava i vertici giudiziari e quelli politici. Poi i tempi sono cambiati e nel ventennio berlusconiano, non potendo cambiare le teste dei giudici, ci si è dovuti acconciare a cambiare le leggi in corso d’opera, con scudi, depenalizzazioni e prescrizioni abbreviate.
Alcuni di questi trucchi si sono rivelati efficaci, mentre altri sono andati ad infrangersi contro il muro della Costituzione. Con le larghe intese poi debbono darsi per abbandonate tutte quelle riforme tese ad abbattere il castello di privilegi del Cavaliere, dal conflitto di interessi in giù. Nonostante ciò però la giustizia, come suol dirsi, ha fatto il suo corso andando ora a parare in fasi processuali che richiedono decisioni non più eludibili.

Detto per inciso, sarebbe interessante sapere se gli incombenti riformatori della Costituzione pensano ad una qualche diabolica modifica che imponga un domani alla giurisdizione di farsi carico delle compatibilità governative: tutto è possibile con le larghe intese, ma i tempi stringono mentre preme salvare il soldato Berlusconi oggi.

Ecco dunque il messaggio devastante, non più alle forze politiche che nulla possono in questo campo, ma alle varie magistrature interessate: attenti a giudicare e condannare perché potrebbe cadere il Governo e, conseguentemente, dire addio agli ammortizzatori sociali, al lavoro per i giovani, alla radiosa futura ripresa economica, e altre immaginifiche meraviglie. Ecco anche la risposta ininfluente del tandem Letta – Alfano secondo cui i guai giudiziari di Berlusconi non avrebbero riflessi sulla tenuta del Governo: quelli che contano dentro il Pdl non si stancano di predire il contrario e sembrano abbastanza credibili.

Certo, può accadere di tutto e può anche darsi che le varie Corti diano ragione a Berlusconi, ma allora perché permettere a qualche malpensante di dire che il messaggio ha colto nel segno, ha fatto breccia in qualche corte «amica»? Ci sarebbe voluta una qualche presa di posizione autorevole, magari del Csm o del suo vicepresidente Vietti, per ricordare che in questo Paese vige ancora la separazione dei poteri e non è consentito a nessuno di scaricare sui giudici la responsabilità della tenuta del Governo.

C’è ancora tempo per rimediare e ne varrebbe la pena, per dare ai giudici un segnale forte di protezione in tempi così cupi di sfaldamento delle istituzioni.

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