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Editoriale

Tutta la verità

Temeva per la sua incolumità. Questa è la verità che per noi emerge e che vogliamo proporre e testimoniare sulla morte violenta al Cairo di Giulio Regeni, di fronte alle troppe reticenze ufficiose e ufficiali e alle gravi contraddizioni delle prime indagini tra la procura egiziana che conferma torture indicibili e il ministero degli interni del Cairo che le smentisce.

E di fronte ad un governo italiano che ora chiede «verità», ma che si ritrova almeno contraddetto dal viaggio d’affari di una delegazione confindustriale guidata dalla ministra Guidi che al Cairo tesseva tranquilli rapporti economici con un regime militare responsabile di un colpo di stato definito dallo scrittore Orhan Pamuk «eguale a quello di Pinochet».

Affermiamo questo perché all’inizio di gennaio, dopo aver ricevuto un suo articolo – che riproponiamo oggi in edicola con la sua firma convinti di adempiere proprio alle sue volontà – sulla ripresa d’iniziativa dei sindacati egiziani, insisteva con noi e a più riprese sulla necessità di firmarlo solo con uno pseudonimo. Capivamo che era molto preoccupato da questa insistenza ripetuta più volte nelle sue mail, tantopiù che già altri suoi articoli erano usciti con pseudonimi ogni volta diversi (su questo punto, leggi qui la precisazione del 16 febbraio 2016, ndr).

Non siamo abituati come manifesto alle speculazioni sulla vita altrui o ai retroscena complottardi, tantomeno ad abusare stile «asso nella manica» delle persone.

Siamo solo un giornale di frontiera che ha subìto attentati, sequestri come quello di Giuliana Sgrena, uccisioni come per Vittorio Arrigoni.

Ma in queste ore si rincorrono interpretazioni a dir poco incredibili, ufficiali e di alcuni giornali che, accreditando perfino la versione dei servizi segreti egiziani che naturalmente negano ogni responsabilità su un suo possibile fermo o arresto, rivolgendo l’attenzione allora sul fatto criminale puro e semplice, se non addirittura alla tesi dell’incidente automobilistico.

Alcune puntualizzazioni dunque sono necessarie: Giulio Regeni (oltre che essere in contatto con questo giornale e con il nostro lavoro d’informazione sul Medio Oriente come tanti collaboratori), è scomparso non in un giorno di «Vacanze sul Nilo» ma il 25 gennaio, quinto anniversario della rivolta contro Mubarak di piazza Tahrir 2011, in un intenso clima di mobilitazione giovanile, sociale e politico non solo di memoria ma inevitabilmente contro l’attuale regime militare del golpista Al Sisi; mobilitazione contro la quale si è scatenata, come negli anni precedenti, la repressione e le retate della polizia, stavolta con centinaia di arresti preventivi.

Giulio Regeni non era né un violento né un nemico dell’Egitto, al contrario amava quel Paese ed era esperto di lotte sociali, in particolare del sindacato egiziano e, dottorando a Cambridge, di crisi dei modelli economici del Medio Oriente.

È deceduto, a quanto sappiamo finora, secondo la procura egiziana dopo violenze inaudite.

Difficile davvero immaginare la malavita cairota accanirsi senza motivo e senza tornaconto su uno straniero qualsiasi; altrettanto incredibile – ma vedrete che arriveremo anche a questo espediente – far passare questa morte come un crimine dell’Isis che, com’è ormai risaputo, ha ben altre modalità teatrali di esecuzione.

Sia chiaro. Noi non sappiamo chi siano davvero stati i suoi assassini e perché abbiano commesso questo crimine. Possiamo solo sospettare e testimoniare.

Ma chiediamo verità, tutta la verità al governo egiziano, al ministro degli esteri Paolo Gentiloni e al presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Lo dobbiamo di fronte al dolore dei genitori e alla giovane vita così martoriata di Giulio Regeni.

  • luca

    vergogna! la famiglia aveva diffididato la pubblicazione dell’articolo del figlio ma voi “manifesto” per una copia in più ve ne siete altamente fregati. vergogna!
    ennesima conferma che il comunismo è morto ed anche questo giornale.

  • Mario Bianchi

    Ma smettila imbecille!

  • Giovanni Nasi

    davvero?

  • alessandra

    che cosa c’entra la famiglia? si tratta di un rapporto professionale fra un giornalista adulto e un giornale

  • il compagno Sergio

    Riesci a dire stupidaggini anche con una parola sola: sei un fenomeno!

  • il compagno Sergio

    ”Gli amici di Giulio usano la Rete per darsi APPUNTAMENTO ALLE 16 DI SABATO DAVANTI ALL’AMBASCIATA ITALIANA.
    “Giulio Regeni è uno di noi. È morto come uno di noi”, si legge nel post pubblicato su Facebook sul profilo RIP Giulio.” (dal sito di Repubblica)

  • luca

    tu sorella!

  • luca

    alla famiglia è stato ucciso il figlio. la famiglia ha chiesto di non pubblicare l’articolo. il rapporto professionale sai dove andava messo in questo caso?

  • Seba

    Non insultatevi, sono semplicemente opinioni diverse. Io avrei rispettato la richiesta della famiglia, ma non escludo una legittimità della scelta opposta. Tutti zitti, è una tragedia insopportabile. E soprattutto niente insulti.

  • http://www.ilmanifesto.info/ il manifesto

    tante copie in più che l’articolo è on line gratis e senza pubblicità per tutti sul sito.

  • http://www.ilmanifesto.info/ il manifesto

    Per la famiglia il caso è chiuso, dichiarazione pubblica all’Ansa di poco fa. Chi ha a cuore la verità su questa storia farebbe bene a tenere la mente ben fredda, lucida, e gli occhi puntati su ciò che conta davvero.

  • luca

    ieri i genitori avevano chiesto chiaramente un’altra cosa…bastava aspettare.
    a volte il rispetto per il dolore è più importante della notizia.

  • luca

    stamattina on line non c’era proprio

  • http://www.vincenzopisano.it Vincenzo Pisano

    Un tempo quando una dittatura trovava nel suo territorio un giornalista straniero che dava fastidio si limitava a metterlo sul primo aereo con un foglio di via, intimandogli di non fare più ritorno.

    I conti non tornano in questo caso: si tratta di una dittatura anomala dove le forze di polizia e le forze armate agiscono come cani sciolti, apparentemente come sei i vertici dello Stato fossero all’oscuro della loro attività illegale di repressione del dissenso.

    Si tratta di quella classica situazione in cui uno Stato con facciata legale lascia compiere ai suoi apparati di sicurezza azioni illegali, delitti di Stato, avendo per copertura il fatto di far credere di non sapere cosa succede per filo e per punto nelle proprie caserme e nelle proprie prigioni.

    La verità è che sanno tutto.

    Non è forse vero che nella Cancelleria del Reich Nazista non furono trovati documenti in cui i massimi vertici dello Stato ordinavano lo sterminio di milioni di persone, eppure lo sterminio avveniva lo stesso?

    In questa vile dittatura mediorientale, paragonabile a quella argentina, si fa sparire la gente.

    Se i massimi vertici dello Stato Egiziano sono responsabili della barbara morte di Giulio Regeni devono pagare, insieme agli esecutori materiali.

    Giulio Regeni è stato ucciso perché faceva il suo lavoro, quello di giornalista d’inchiesta.

    Giulio Regeni è stato ucciso perché cittadino di uno Stato, quello italiano, che non sa alzare la voce quando un italiano viene colpito all’estero.

    Se infatti l’Italia fosse rispettata all’estero, magari il Regeni sarebbe stato messo sul primo aereo con un foglio di via.

    Meditate gente!